La cooperazione italiana si da alla finanza ?!?

 

coop itaRoma, 17 luglio 2014. Siamo nelle fasi finali della discussione alla Camera dei Deputati della riforma della cooperazione allo sviluppo; si passa poi a quello che dovrebbe essere il voto finale al Senato. Approvare la riforma è possibile già nelle prossime settimane: l’opportunità  di modernizzare il sistema della cooperazione italiana è a portata di mano. Un passaggio alla Camera dei Deputati che ha portato ulteriori novità sulle quali vale la pena di soffermarsi. In particolare, si tratta delle norme (art 22 – http://bit.ly/1mPGoLz) che consentono alla Cassa Depositi e Prestiti (http://bit.ly/1wyCfMR) di operare come Istituzione Finanziaria per lo sviluppo. Cosa vuol dire? In poche parole la CDP potrà sostenere con proprie risorse la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo attraverso, ed è qui la novità per il nostro sistema, prodotti finanziari a condizioni che producano dei rientri o, in termini semplificati, dei profitti che la Cassa dovrà usare per mantenersi. La narrazione generale è che queste istituzioni (già ben presenti in altri Paesi donatori e a livello internazionale) possano coprire il buco lasciato dalle banche tradizionali, che non intervengono in aree (Paesi e settori) che non producono dei profitti secondo i termini di mercato, come in molti casi sono proprio i servizi pubblici, educazione e salute nei Paesi in via di sviluppo. Ma anche la più recente critica da parte delle società civile mette proprio in dubbio la bontà di questo meccanismo, a partire dalla capacità di queste istituzioni di sostenere le imprese dei Paesi partner (http://www.eurodad.org/aprivateaffair ). La cooperazione italiana si appresta a muoversi su un terreno tutto nuovo; è improprio saltare a delle conclusioni, ma è opportuno definire limiti e criteri. Vorrei partire dal più ovvio, ovvero che le iniziative di sviluppo che la Cassa potrà intraprendere dovranno essere chiaramente economicamente sostenibili per la Cassa stessa: NON intervenire laddove NON è finanziariamente possibile per evitare oltre il danno la beffa, ovvero che a rimetterci ci sia anche il nostro Paese. In queste situazioni, prestiti concessionali e doni possono essere la soluzione. L’aspetto decisivo è il fatto che anche queste operazioni abbiano una chiara finalità di sviluppo e che quindi il ruolo della direzione politica della cooperazione –  ovvero del nascente Ministero degli Esteri e della Cooperazione oltre che dell’Agenzia – debba essere ben chiaro, sin dalla definizione della convenzione che dovrà regolare i rapporti tra tutti questi attori. Non solo, anche queste attività dovranno essere parte integrante dei processi di programmazione e valutazione, per evitare di sottrarre una potenziale parte significativa della cooperazione delle fondamentali attività di pianificazione e controllo. Su questo aspetto qualche preoccupazione è legittima visto che, negli articoli dove si definiscono il campo della cooperazione (art. 4) e i principali strumenti di programmazione (art 12 – il documento triennale di programmazione e indirizzo), questa nuova dimensione della cooperazione italiana non è in evidenza. Una mancanza alla quale si dovrà rimediare, almeno nelle fasi di implementazione della legge. — fine —