Un programma di governo fa bene alle elezioni.

Facile essere ingenerosi con chi esce dalle elezioni con un risultato deludente, ma qualche osservazione a futura memoria potrebbe essere utile. Un breve esame della proposta elettorale del Partito Democratico (e di chi lo ha preceduto) deve prendere in considerazione il programma messo in campo per le elezioni del 2006, i punti della proposta Veltroni del 2008 e la carta di intenti dalla coalizione Bersani per le elezioni appena passate.

Il programma del 2006 fu bollato, dopo la dissoluzione della coalizione (i cui motivi oscuri sono tornati al centro dell’attenzione della magistratura proprio in questi giorni), come un inutile esercizio di negoziazione fra le tanti parti politiche coinvolte; un “malloppo” di più di 200 pagine che alla fine dei conti non sarebbe stato altro che un inutile fardello. Come segno di una rottura da questa liturgia politica, e quindi come manifestazione dell’approdo ad una modernità fondata su un mandato agile da interpretare, si è passati ai pochi punti e alle poche pagine dei programmi Veltroni e Bersani.

Si manca però spesso di ricordare che il “malloppo” fu anche il risultato di consultazioni che iniziarono ben prima delle elezioni e che coinvolsero tanta parte dell’associazionismo italiano, che ebbe così modo di partecipare con i propri contenuti in modo aperto e trasparente. Le elezioni del 2006 furono anche quelle della fabbrica di Romano Prodi, che nelle intenzioni doveva proprio essere il tentativo di produrre una programma nuovo, che non fosse stato soltanto il frutto esclusivo delle forze politiche della coalizione.

La costruzione di un programma di governo è un fatto che va oltre la definizione e le posizioni di un partito: è una grande opportunità per la costruzione di consenso oltre che per identificare buone proposte di governo. Non ha molto senso dire che il primo atto di governo sarà la convocazione della parti sociali a Palazzo Chigi quando è possibile fare questa consultazione prima delle elezioni, per metter insieme delle proposte comuni. Nel 2008 e nel 2013 nella corsa verso le elezioni le occasioni di confronto si sono fatte più difficili: per farsi ascoltare, l’associazionismo è stato costretto a veri e propri inseguimenti.

Che le forze politiche siano composte da gente onesta e competente è il requisito minimo indiscutibile. Ma le associazioni, le esperienze e le competenze delle tante organizzazioni della società civile italiana hanno bisogno di un sistema politico aperto al confronto su base sistematica. Prima del risultato elettorale si è molto discusso del fatto che le  elezioni 2013 potessero segnare l’affermazione della società civile. Un partito politico, la formazione guidata dal Presidente Monti, si è  attribuito lo speciale merito di essere stato invocato dalla società civile stessa; un altro si è voluto chiamare Rivoluzione Civile. Il Movimento 5 Stelle lo abbiamo visto poco all’opera su questioni nazionali, e i primi segnali sul grado di dialogo con chi è fuori il perimetro del Movimento non sono facili da apprezzare. Forse è  meglio, sia per il sistema politico e sia per l’associassimo, tornare alla pratica del confronto e abbandonare forme e ipotesi varie di affiliazione.