Elezioni 2013, società civile e Mario Monti

Si sente molto parlare di presenza di rappresentanti della società civile nella corsa per il Parlamento della prossima legislatura. C’è una lunga storia di rapporti tra associazionismo, personalità del mondo della cultura e delle imprese e il sistema partiti, ma in questi giorni il tema ha assunto un peso particolare visto che ci si riferisce con insistenza alla presenza di movimenti civici o di liste civiche.

Cosa succede nel campo di Mario Monti può essere istruttivo.
Forse spetta proprio al Presidente del Consiglio dimissionario un ruolo speciale in questa tendenza a dare rilevo alla società civile.
Da parte di Monti c’é stato il gesto più nobile, avendo attribuito alle “forze della società civile” la concezione di un'”Agenda Monti”, che lui stesso, apparentemente, non pensava di proporre, come si può leggere dal sito che presenta l’Agenda.
Nella conferenza stampa di oggi (28 dic), il Presidente ha chiarito che per la Camera correrà anche una “lista di società civile”, aggiungendo che, nel quadro delle attenzioni che vuole dedicare alla composizione delle liste, vorrà dire la sua anche su questa formazione.
Inoltre, non ha nascosto l’ambizione di fare emergere nuove modalità di aggregazione delle forze politiche e della società civile, oltre la tradizionale articolazione destra sinistra del “bipolarismo combattivo” .
Alla stampa non sfugge questa dinamica, tanto da riportare (più o meno accuratamente) la presenza delle Acli alla riunione organizzativa che ha deciso delle liste pro Monti.

Varrà la pena seguire questa vicenda nelle prossime settimane per capire cosa c’è di nuovo rispetto a quanto abbiamo già visto in altre occasioni nelle quali rappresentanti di organizzazioni di società civile sono stati associati a forze politiche secondo logiche di affinità. Per il momento colpisce che non si siano fatte notare le voci unitarie delle organizzazioni della società civile, in contraddizione con i percorsi costruiti in questi anni, messi in campo per presentare delle proposte comuni su politiche sociali e di cooperazione, un patrimonio che potrebbe andare disperso. Ldf

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Agenda Monti: diplomazia, militari e poca cooperazione.

Mario Monti ha pubblicato il suo programma per la prossima legislatura, “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”. La partenza è dedicata all’Europa, e trova spazio anche una riflessione sul ruolo dell’Italia nel mondo. Il ruolo assegnato alla cooperazione allo sviluppo non è quello che ci si poteva attendere dal Presidente del consiglio che ha creato per la prima volta un dicastero per la cooperazione allo sviluppo.

Nel programma Monti c’è sicuramente consapevolezza che il destino del nostro Paese si gioca nella relazione con il resto del mondo, anche oltre confini regionali, che oramai sono parte di un’identità nazionale estesa. L’approccio suona però tradizionale, essendo principalmente articolato – a complemento dell’investimento in Europa – su una scelta “atlantica” e di prossimità, ovvero grande interesse per gli eventi del Mediterraneo in ragione dell’immediato impatto che possono avere per l’Italia. Per il resto si parla di rafforzamento in tutti i “quadranti fondamentali dello scacchiere globale, dal Medio oriente all’Asia”.

Quali sono gli strumenti per il dispiegamento dell’azione globale dell’Italia? La diplomazia e le forze armate. La terza opzione è la valorizzazione della “rete dell’italiani nel mondo”. Soltanto quarta è la cooperazione, in merito alla quale si dice: “Occorre maggiore attenzione alle relazioni con i Paesi in via di sviluppo improntandole alla difesa della pace e alla solidarietà, allo sradicamento della povertà e della insicurezza alimentare. Per ovviare a risorse forzatamente limitate, va rafforzato il coordinamento delle politiche di cooperazione, mettendo a coerenza l’intero sistema di cooperazione italiano (pubblico, privato, territori e società civile)”.

Dichiarazione di principio sicuramente sottoscrivibile, che potrebbe rimettere in ordine la relazione tra le attività di cooperazione e le finalità alle quali esse devono ispirarsi. Mancano però tanti pezzi per capire quale sia la proposta di Monti in tema di agenda internazionale e cooperazione allo sviluppo.

Infatti, non si ritrova un solido riferimento agli impegni internazionali sottoscritti dal nostro Paese in tema di lotta alla povertà. Una debolezza che pare in conflitto con l’affermazione che ” la quotazione dell’aggettivo italiano nel mondo è altrettanto importante dello spread per la crescita e lo sviluppo del Paese”; sembra anche in contraddizione con l’adesione al progetto europeo, che pure ha fatto della cooperazione una delle caratteristiche delle politiche del continente. Quindi, in merito alla riforma della cooperazione italiana e del riallineamento dei livelli di aiuto con gli impegni sottoscritti a livello internazionale non si trovano indicazioni certe.

Non c’è quindi traccia di un impegno per una seria riforma se non il riferimento al fatto che
“Per ovviare a risorse forzatamente limitate, va rafforzato il coordinamento delle politiche di cooperazione, mettendo a coerenza l’intero sistema di cooperazione italiano (pubblico, priva, territori e società civile)”.

Secondo Monti, per la prossima legislatura si potrebbero prevedere quindi risorse limitate (la premessa, secondo l’Ue, è che gli aiuti italiani raggiungano il record negativo dello 0,12% del Pil). Il coordinamento delle politiche di cooperazione è benvenuta, e dovrebbe far parte di una riforma complessiva. La messa a coerenza del sistema della cooperazione è pure una parte essenziale di quello che si deve riformare, anche se mettere sullo stesso piano attori pubblici, privati e le organizzazioni non governative pare un azzardo che richiede qualche parola di spiegazione. Chiaro è che la coerenza delle politiche ai fini dello sviluppo è tutta un’altra storia, con la quale bisognerà pure fare i conti. Ldf

Cooperazione allo sviluppo ed elezioni 2013, un’accoppiata difficile.

Cooperazione ed elezioni non sembrano essere un’accoppiata vincente. Di cooperazione si è parlato poco, sia nei programmi elettorali sia nelle competizioni alle quali abbiamo assistito fino ad adesso, principalmente nel campo de centro sinistra; a questo proposito riconosciamo a Renzi il fatto di essersi spinto più avanti, inserendo nel suo programma delle indicazioni concrete di riforma del sistema della cooperazione.
Chiaramente, la discussione sulle proposte di riforma della cooperazione, che avevano visto variamente impegnati parlamentari e organizzazioni non governative negli ultimi 9 mesi, si è bruscamente interrotta, senza poter consegnare alla prossima legislatura un testo con il sigillo di almeno uno dei due rami del Parlamento. I pareri sulla bozza di riforma sono diversi, ma un voto dell’Aula sarebbe stata precisa testimonianza dell’importanza del tema cooperazione nei lavori parlamentari.
Le prossime primarie del Pd per i candidati al Parlamento mettono in evidenza possibili nuovi paradossi. In questi giorni si comprende che le primarie sono il meccanismo che premia, giustamente, il rapporto con le circoscrizioni elettorali, o per brevità con i territori. Si verifica anche che i parlamentari che hanno difeso le ragioni della cooperazione e si sono battuti sui temi di politica estera non sempre hanno dietro di se un robusto legame con le circoscrizioni territoriali.
In altre parole, chi lavora su agende nazionali o internazionali fatica a identificarsi con un territorio che possa sostenerlo nell’avventura elettorale. Giusto o sbagliato che sia, in questa fase rischiamo di perdere competenze oltre che persone appassionate al tema della cooperazione e del ruolo dell’Italia nel mondo. Il rimedio al quale di poteva ricorrere per portare nuove competenze in Parlamento potevano essere i cosiddetti listini aperti ai rappresentanti della società civile. Ma l’associazionismo si presenta in ordine sparso, e prevalgono le tradizionali logiche di affinità, piuttosto che un nuovo metodo fondato su partecipazione e competenza.
In questo scenario è difficile anche capire quale sarà l’interesse de nuovi parlamentari per l’agenda internazionale e di cooperazione, visto che in questi giorni si rafforza l’idea che su questi temi non si prendono voti. ldf

Accountability of global initiatives on food security, from AFSI to the New Alliance

The UN Development Cooperation Forum held in Vienna, on Dec 13/14, a policy dialogue on the role of development cooperation in advancing gender equality. The event brought together women leaders and development practitioners from different backgrounds; for the detailed programme,   please  go to http://bit.ly/Uxjese . I put together a few bullet points  for the discussion on accountability mechanisms in the case of global initiatives, with a focus on the role of CSOs; my comments mostly addressed food security to take into account of the Aquila Food Security Initiative and the New Alliance for Food Security and Nutrition.

Here are the bullet points:

  1. This is about resources to support agriculture and to respond to food insecurity. Agriculture is known to be the most resilient sector and one where women farmers play a most critical role. Food has been on the G8 agenda for some time; it was pushed by some NGOs at least from the Japan Summit in 2008, when the food price crisis started to shape.
  2. In 2009, when 40 global leaders endorsed AFSI, most NGOs welcomed this as a step to boost aid for agriculture that over the previous twenty years dwindled to less than 5% of total aid. Also, for the first time ever G8 and other leaders agreed to generate direct support for women farmers.
  3. Problems about reporting and accountability have been just heard. I’d like add this is one of the few occasions where these challenges are being openly debated, which is the opportunity I would like to thank the DCF for.
  4. There is a long record CSOs’ monitoring of G8 commitments. Most recently, the GCAP operated has the focal point that brought together CSOs from different walks of life. Assessment of G8 delivery performance and recommendations were collected at least till 2011 in the “Joint Policy Asks” document, which was a tool to be used at national and global level in influencing work. At the present time, the global level work is lead by the so called  “G8/G20 global working group”, which is a voluntary alliance led by the CSO platform of the host country. Interestingly enough, a CSO preparatory meeting took place this week in Russia, and a report on G20 commitment was just presented.
  5. At Global level there is a significant record of interaction between CSOs and the Sherpa processes, which most often culminates in public meetings called the Civil G8/G20 dialogues.
  6. GCAP and now the G8/G20 working group are broad alliances where the women’s rights and feminist agenda are part and parcel of the organizational set up and political demands.
  7. On food security, it is equally important the role played by FAO and the Commission of food Security, where the CSO constituency is represented by The World Forum of Fish Harvesters & Fish Workers (WFHFF ) the Mouvement International de la Jeunesse Agricole (MIJARC), Indigenous Caucus (ICAZA) and World Alliance of Mobile Indigenous Peoples (WAMIP).
  8. The shift from the AFSI to the new Alliance creates opportunities and challenges. I would now just highlight that with the Alliance the onus of the responsibility has been placed on partner counties. In fact, the Alliance has been presented has a framework whereby Partner countries will lead the development process. This is fully in line with what development advocates have been calling for though this is incomplete as the role of the global community is now uncertain; many in fact argue that the traditional donors have just carved for themselves the role of deal brokers between local governments and the private business, whose participation has been presented as the hall mark of the Alliance.
  9. The shift from AFSI to Alliance poses a number of challenges, including accountability and gender focus. As the Alliance is just beginning to become operational, the relevant accountability processes are just being developed. The focus on women farmers is now been diluted in the national priorities of the countries involved, including Tanzania, Ethiopia and Ghana.
  10. Hence, CSOs, including women and women farmer organizations, will have to take stock of the interplay between the different levels of accountability, from the global to the national and the domestic level. Advocacy work will have to take place at these three levels simultaneously.
  11. There is a lot that can achieved through development cooperation to support domestic accountability processes, starting with enhancing all forms of supports for civil society empowerment. Also, this is a clear case where the full implementation of Busan  which acknowledges the notion of democratic ownership, accountability along with the need to “accelerate efforts” to achieve gender equality – would secure positive progress in the interest of the HRs and women’s rights. END ldf

The first GPEDC Steering Committee did not go on line: technical hiccup or political headache?

The first Steering Committee of Global Partnership for Effective Development Cooperation (http://www.aideffectiveness.org/busanhlf4/) took place in London on Dec 5 and 6th: a long awaited moment as it was meant to give substance to the decisions made in Busan one year ago. Many key issues were on the agenda, including the state of art on the monitoring framework, with 5 indicators still to be consolidated, and the road map to the first ministerial meeting (end of 2013). On the meeting itself, it may be worth considering some apparent amenities about its proceedings.
Contrary to what happened at the most recent meetings of the Working Party and the Post Busan Interim Group (both now dissolved), this Steering Committee meeting was not webcasted (video recordings were released a few days later, http://vimeo.com/channels/gpedc). Webcasting has been instrumental in providing the post Busan discussions with very needed transparency credentials and it proved to be an amazingly effective way to bring constituencies behind their delegates and for practitioners to get first hand understating of the forces at play.

Technical reasons were invoked for this organizational hiccup and there is hope that the workings of the GPDEC will be fully accessible and transparent as from the next meeting. But, as development is becoming more than ever a highly politicized domain, one should take stock of the fact that multistakeholder interaction has been shirking. It is a matter of fact that GPDEC is offering at the moment less of space for face to face interaction between stakeholder: there are no clusters (Building Blocks are rather unsteady), no task teams and fewer meetings. Are we now moving to limited access and transparency. That’s why this is possibly a case of political headache. ldf